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sabato 10 gennaio 2015

SE MUORE IL CENTRO CITTA'

Ieri dalle pagine dei giornali locali l'ennesimo grido di allarme da parte dei commercianti del centro cittadino di Falconara Marittima. Impauriti dal crollo delle vendite e dalla crisi spaventosa che ovviamente non colpisce solo i negozi ma le famiglie. Peccato che questi commercianti puntino il dito contro i negozi degli stranieri sempre più presenti come se quest'ultimi fossero i responsabili del calo degli affari. 
Ancora una volta non si vuole andare a fondo della questione e ci si limita ad addossare responsabilità in maniera superficiale. 

Hanno però ragione a chiedere un piano del commercio cittadino per riqualificarlo. La consulta è un formidabile strumento partecipativo istituzionale ma non credo che l'Amministrazione l'abbia mai utilizzata seriamente. E' invece molto importante avere un contatto diretto con gli esercenti. 

Ma quello che più importante per una città è avere una politica comunale del commercio, conoscerne quindi i progetti e le linee guida. Purtroppo in questo settore (come in molti altri), l'amministrazione comunale non ha prodotto nulla di buono. Anzi, i pochi progetti conosciuti aumenteranno le problematiche. Basti pensare al progetto della costruzione di un centro commerciale all'ex montedison (progetto che peraltro non vedrà mai la luce. E' solo propaganda per cercare di attenuare il dissenso dell'altro grande problema di Falconara, ovvero quello della presenza di senzatetto). Qualcuno ricorderà anche gli stravaganti progetti come il mega parcheggio della stazione. Senza considerare il totale abbandono dei quartieri periferici.

I commercianti falconaresi dunque farebbero meglio ad affrontare con maggiore attenzione la questione del degrado del centro e quindi dei loro incassi. Individuare i veri responsabili.

Personalmente penso che il commercio cittadino subisca le conseguenze di una crisi sistemica. Il calo dei consumi a causa dell'aumento della disoccupazione, di un clima di estrema incertezza e di pessimismo generale, penalizza le vendite e i negozi del centro cittadino ne pagano le conseguenze.
E' importante un rilancio dell'intero settore per l'economia locale e per la rivitalizzazione di tutta la città.
I centri urbani devono riappropriarsi delle preroragative e caratteristiche "scippate" dai centri commerciali che sono sorti come funghi negli ultimi anni e che hanno impoverito le città svuotandole economicamente e culturalmente.Lo avevo detto in campagna elettorale, ma evidentemente i cittadini hanno preferito gli slogan vuoti e le promesse mai mantenute del sindaco Brandoni e dei suoi alleati. 
Anche i commercianti peraltro sembrano condividere le idee del sindaco addossando la responsabilità del degrado della città e quindi la morte sociale ed economica del centro agli stranieri. 
Non servono regolamenti che impediscono il libero commercio e la concorrenza. Troppo facile. Serve una modernizzazione delle attività, un consorzio funzionante dei commercianti. Servono investimenti, ma prima una seria politica commerciale condivisa. Ne guadagnerebbero i commercianti e i cittadini tutti.

mercoledì 25 giugno 2014

L'AUSTERITA' E LA SINISTRA.

Mentre stavo leggendo un libro, e devo ringraziare la mia amica Sandra per avermelo regalato, dal titolo: “Berlinguer l'austerità giusta”, seduto al fresco di una panchina del parco che è stato realizzato nel quartiere Posatora di Ancona dopo (parecchio dopo) la grande frana che nel 1982 fece scivolare a mare una estesa porzione di territorio e con essa le case, i palazzi e tutto ciò era stato costruito sopra, riflettevo sull'attualità e freschezza delle parole di Berlinguer pronunciate nello storico convegno con gli intellettuali del 1977, e che il parco che mi ospitava poteva essere la conferma pratica di una parte del suo ragionamento.

Il piccolo libro, curato da Giulio Marcon, ha il pregio di riportare alla luce uno dei discorsi più importanti di Enrico Berlinguer, e rileggere quelle parole, soprattutto in questa fase così difficile e decadente per la politica italiana è puro ossigeno per il cervello. Parole che non furono capite appieno dai dirigenti e militanti del PCI all'epoca, e se capite, furono in gran parte disattese se non osteggiate. Ed è stato un piacere rileggere i passi di quel discorso che affronta la questione dell'austerità in un periodo il cui clima politico/sociale era particolarmente pesante anche a causa di una seria e perdurante crisi economica.

Per la prima volta Berlinguer mette in discussione il modello di sviluppo dopo che lo stesso PCI, ma anche la sinistra estremista, siano stati per anni fautori al modello produttivista. Una grande novità che forse fece da apripista, alcuni anni dopo, alle teorie e pratiche della decrescita di cui Serge Latouche è ispiratore e studioso. Ci sono infatti spunti ed intuizioni che individuano la criticità dello sviluppo “infinito”.

Berlinguer davanti ad una platea di intellettuali disse riferendosi peraltro alla domanda incessante e condivisibile di sviluppo da parte dei paesi del terzo mondo:  
“... aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di parassitismi, di dissesto finanziario”.

E' nella frase “dissipazione delle risorse” che vedo un'analogia con il bel parco che sorge sulle macerie di una sconsiderata cementificazione. Solo dopo una devastante frana (la crisi) si ripensò al riutilizzo virtuoso di quel territorio (la ripresa economica). Ora cambiata la destinazione d'uso quell'area si è trasformata da un quartiere più o meno anonimo in un luogo di incontri e svaghi per i cittadini e polmone verde.
Certo questo cambiamento ha avuto un costo, pensate alle centinaia di abitanti che improvvisamente si sono trovati senza casa, ma pensate anche se questa soluzione si fosse trovata ancor prima della cementificazione sulla zona in frana. Pensate al risparmio economico e ai benefici circa la qualità della vita delle persone. In questo senso andrebbe interpretato il concetto di Austerità: “artificiosa espansione” anche in chiave urbanistica.

Ecco perchè una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti”. (cit. Berlinguer).

Il concetto di austerità pensato da Berlinguer non ha dunque nulla a che vedere con le politiche di austerity imposte dalle banche europee e attuate dai vari governi (italiano compreso). E qui si ritorna all'idea di decrescita che se governata e condivisa ha degli effetti positivi anche sotto il punto di vista dell'etica, al contrario se subita diventa un peso insostenibile fino a trasformarsi in impoverimento.

Infatti Berlinguer proseguiva:
una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l'indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi”. Aggiungendo: “ Il Paese avrebbe bisogno di compiere uno sforzo adeguato, di veder chiaro davanti a sé, o perlomeno di vedere chiari alcuni elementi fondamentali di una prospettiva nuova. E invece, gli esponenti delle vecchie classi dominanti e uomini di governo, quando arrivano a tanto, non sanno andare più in là dell'obiettivo di riportare l'Italia sugli stessi binari su cui procedeva lo sviluppo economico prima della crisi".

Parole tanto lungimiranti quanto inascoltate purtroppo. Parole che senza fare tanti sforzi e piroette mentali potrebbero essere l'impalcatura di un programma politico serio e di rinnovamento, ancora oggi, a metà del 2014, mentre assistiamo alla dissoluzione della politica, sgretolata a colpi di tweet.

Non possiamo aspettare di andare prima al governo per presentare un progetto di rinnovamento, bisogna muoversi”
esclamava Enrico Berlinguer di cui proprio alcuni giorni fa abbiamo ricordato il trentennale della sua morte. 

Ecco questa esortazione la faccio mia e la rivolgo a tutti coloro i quali sentono di poter contribuire ad una iniziativa utile alla sinistra e soprattutto alle persone che vogliamo rappresentare. MUOVIAMOCI!

Il testo del discorso di Enrico Berlinguer (clicca qui)

mercoledì 18 dicembre 2013

LA CRISI DELLA POLITICA E I FORCONI

La rivolta dei forconi si sta dimostrando una operazione in parte strumentalizzata se non organizzata da forze reazionarie e di destra e da altri gruppi non meglio identificati. Alcuni hanno agitato le "masse" altri si sono fatti infinocchiare da parole d'ordine di tipo populistico o peggio.

Resta il fatto però che in Italia il disagio e la rabbia covano da molto tempo e le forze di sinistra e le organizzazioni sindacali sembrano non comprendere e infatti sono relegate ai margini.

I sindacati non rappresentano nè tutelano le nuove categorie di sfruttati, di precari, di disoccupati. Sono condizionati dal PD e si limitano ad organizzare inoffensive e autocelebrative manifestazioni con al seguito stuoli di anziani usati quasi come comparse.
I partiti invece sono a distanze siderali dal mondo reale, ostaggi dei loro stessi difetti, tutti presi ad autoconservare un ceto politico inutile al Paese.

Lo scenario è deprimente ed è ora di fermarsi con i tatticismi, e smetterla di dire mezze parole incomprensibili.
Credo che da qui a breve i partiti e i sindacati verranno spazzati via dalla rabbia che è alimentata dalla miseria e ancor peggio dal populismo.
Ho come il presagio che se ciò accadrà la rabbia non farà distinzioni tra peggio e meno peggio!
A farne le spese sarà la democrazia, che da un lato viene attaccata attraverso le modifiche costituzionali e dall'altra da un vento reazionario e di protesta populista fuori controllo. A farne le spese saranno le persone.

Occorre sottolineare una netta differenza tra i movimenti di lotta studentesca e dei lavoratori e la protesta dei Forconi. La stragrande maggioranza di quelle persone che si sono ritrovate nel movimento "9 dicembre" è in rivolta per riottenere il tenore di vita perduto con la crisi perdurante. Sono gli "impoveriti" e non sembrano interessati ad affrontare le ragioni della crisi. Probabilmente non se ne sono mai occupati. Non pensano che forse è arrivato il momento per mettere in piedi un altro modello di sviluppo, più attento alla persona e all'ambiente, sostenibile socialmente e ambientalmente.

Per molti di loro il solo obiettivo è quello di riottenere o mantenere le abitudini consolidate, lo status di ceto medio che la crisi rimette in discussione. Preparano una rivoluzione ma non conoscono il loro avversario, generalizzano tirando pietre alle ombre e urlando alla luna.
Insomma è come se dicessero: "ho la febbre e voglio che mi passi, e non mi interessa sapere perché ho la febbre, ma mi deve passare subito!"
Una febbre, lo sappiamo, causata dal liberismo. La battaglia va fatta contro il modello finanziario e capitalistico che siede nella stanza dei bottini e muove i fili a cui sono legati i governanti.

Poi c'è Il problema dell'individualismo, conseguenza comportamentale che deriva dal liberismo. Tutte queste persone che stanno in piazza con i forconi non formano un collettivo, sono differenti tra loro, non appena avranno ottenuto quel che chiedono (se mai l'otterranno), torneranno nelle loro case a pensare ai fatti propri riprendendo a infischiarsene di come và il mondo.

Riassumo il mio pensiero: Il movimento dei forconi pensa al mantenimento del tenore di vita del ceto medio e non è interessato a battersi per sconfiggere il liberismo, non vuole l'uguaglianza, vuole ottenere una fetta della torta, si limita a chiederne una porzione, disinteressandosi degli ingredienti di quella torta.

Ma a sinistra invece come si sta affrontando il problema della crisi?

Purtroppo vedo sempre in maniera netta nuove forme di individualismo anche a sinistra e tra le categorie che debbono le loro forze residue all'agire collettivo del passato.

La crisi comprime le vene di chi la subisce, e la mancanza di una soluzione offusca i pensieri. Spesso questa situazione obbliga a fare scelte che in momenti normali forse non si sarebbero mai fatte ed è comprensibile che singolarmente ci sia la tendenza a cedere a compromessi al ribasso pur di sopravvivere. Meno comprensibile quando quelle scelte le fanno anche le categorie di rappresentanza dei lavoratori le quali invece dovrebbero avere il sangue freddo e lo sguardo rivolto al di là della barricata per immaginare un futuro, nonostante l'emergenza e la gestione del presente. Una debolezza che fa scricchiolare il cardine della lotta al liberismo.
Mi chiedo se l'idea di un modello sostenibile sia una filosofia buona da discutere in un salotto o se invece deve trovare consenso e forza per trasformarsi in azione politica soprattutto in momenti come quelli che stiamo vivendo.

Praticare quotidianamente quell'idea è una fatica ardua e sempre più spesso si cade nell'individualismo anche con alcune scelte che apparentemente hanno un aspetto di tipo collegiale. So che gli esempi che sto per fare possono sembrare di cattivo gusto e provocatori, ma penso che proprio quelle situazioni diano il senso della distanza che c'è tra il pensare e agire politico.

Trovo ad esempio che la scelta dei sindacati all'interno della raffineria di Falconara di sottoscrivere un contratto di solidarietà per scongiurare i licenziamenti senza aver mai visto e discusso il piano industriale dell'azienda e ignorando completamente le istanze della popolazione stanca delle tonnellate di veleni che respirano ogni giorno, sia una forma di individualismo, io lo definisco "individualismo colletivo" di un gruppo isolato che in maniera corporativa prova a tutelare solo i propri interessi. scelte che in questo caso alimentano l'eterno conflitto tra lavoro e ambiente.

La stessa cosa vale per i lavoratori di Fincantieri, i quali, se pur di assicurarsi il lavoro accettassero le commesse per costruire navi gasiere o militari, abbandonerebbero l'idea di modello socio economico sostenibile sintetizzata nel celebre motto "un altro mondo è possibile" e la stessa lotta al liberismo perderebbe di significato. Anche questo caso si potrebbe configurare l'individualismo collettivo di cui ho detto prima.
Costruire navi gasiere significherebbe contribuire a vanificare le lotte di chi si batte contro i rigassificatori a favore dell'energia da fonti rinnovabili.
Riflettiamo su questo punto altrimenti dovremmo rivedere anche la nostra posizione sugli aerei da guerra F35 visto che a costruirli saranno comunque dei lavoratori che rischiano di perdere il lavoro qualora decidessimo di non acquistarli.
Faccio questi esempi perchè le due questioni: la crisi della cantieristica, la realizzazione dei rigassificatori e la produzione petrolifera sono questioni del nostro territorio marchigiano, ma è ovvio che di esempi di questo tipo ce ne sono in ogni parte e non solo nel privato, ma anche nella funzione pubblica.

Sicuramente non si può addossare la colpa tutta ai sindacati e nemmeno ai lavoratori minacciati dalla perdita del lavoro, perchè quelle scelte sono influenzate e determinate dalla politica e quindi dai partiti che in Parlamento legiferano.

Purtroppo la politica sta vivendo uno dei suoi periodi peggiori, è una politica che vive di slogan e trovate di marketing per nascondere la inadeguatezza della sua classe dirigente.

In questa fase, come non mai, sarebbe necessario abbandonare slogan, promesse e bugie e concentrarsi per lavorare ad una uscita dalla crisi in via democratica e a favore dei popoli coerentemente con le idee e princìpi che si propagandano.
Questo è un compito della politica, almeno di una parte della politica che la sinistra dovrebbe riconoscersi. Quella che amiamo chiamare Buona Politica. Eviteremmo al Paese la miseria ed il rischio di derive reazionarie e populiste come la storia severamente ci ricorda.

domenica 22 settembre 2013

SI AL FONDO DI SOLIDARIETA' NO ALL'ELEMOSINA!

La settimana scorsa a denti stretti il consiglio comunale di Falconara Marittima ha deliberato a favore di un fondo di solidarietà per aiutare chi ha perso un lavoro. Una decisione non nata dall'iniziativa della maggioranza che al contrario non aveva tenuto conto della difficile situazione e degli effetti della crisi economica nella nostra città, ma grazie ad una mozione presentata dal gruppo consiliare del PD votato poi all'unanimità.

Dopo questa notizia abbiamo sperato che la decisione non fosse una operazione di facciata, un annuncio senza un vero impegno economico a sostegno. La speranza era mista a perplessità e non ne mancavano le ragioni. Infatti ieri dai giornali abbiamo potuto conoscere la vera intenzione di questa amministrazione comunale, che sul piatto delle politiche sociali metterà appena 10.000 euro a copertura del fondo di solidarietà.
Attenzione 10.000 euro complessivi, non a persona. Diecimila euro in tutto mentre i disoccupati accertati che vivono nel comune di Falconara sono 1198, secondo i dati del Centro per l'Impiego della Provincia di Ancona al 31/12/2012 e drammaticamente aumentati nel 2013. Senza tenere conto dell'esercito dei precari sottopagati e degli inoccupati, ovvero di chi, presi dallo sconforto, il lavoro non lo cercano nemmeno più.

La stessa cifra fu stanziata nel 2010 (clicca qui) sempre su sollecitazione della minoranza in consiglio comunale e poi adeguata fino a 30.000 euro ma anche allora quei contributi furono assolutamente insufficienti, infatti ne beneficiarono meno di 30 persone.

Diecimila euro quindi sono una goccia, una elemosina, una vergogna!

Non ci sono soldi dicono gli amministratori. Ma non possiamo dimenticare che molte risorse sono state utilizzate per "fiancheggiare" la ricchissima recente campagna elettorale. Per fare un esempio, la comparsata del 5 maggio sui cieli di Falconara delle frecce tricolori è costata alle casse comunali 6.000 euro (clicca qui), più della metà dell'importo previsto per il fondo alle persone senza lavoro, per 20 minuti di evoluzioni acrobatiche degli aerei in una giornata peraltro fredda e nuvolosa e con poche persone a guardarle.
E' solo un esempio, ma se ne potrebbero farne altri.

Non ci sono i soldi, e allora una amministrazione con la testa sulle spalle non li spende per lo spettacolo pirotecnico di ferragosto. 15 minuti di spettacolo che sono costati ai cittadini 11.000 euro +iva. (delibera Giunta Nr. 290 del 30/07/2013)

Certo i fuochi artificiali sono una tradizione e sono piacevoli da vedere, ma il disagio di chi non ha reddito per vivere credo che dovrebbe avere la priorità su tutto. Persino la vicina Ancona che da sempre festeggia la festa del mare con i tradizionali fuochi artificiali quest'anno ha rinunciato celebrando la storica festa con sobrietà.

L'istituzione del fondo di solidarietà con queste risibili risorse quindi non è una cosa seria e offende la dignità delle persone in difficoltà. Non è accettabile che alla richiesta di aiuto si risponda con una pelosa elemosina salva coscienze.

Spero vivamente che prima della presentazione del bilancio in consiglio comunale la Giunta comprenda l'inutilità di questa scelta a queste condizioni e riveda la posta in bilancio su questo capitolo fondamentale per l'intera comunità.


mercoledì 18 settembre 2013

DIGNITA' ESTREMA

Sono stato incerto fino all'ultimo se scrivere sulla triste vicenda che nei giorni scorsi ha colpito la comunità di Falconara. Non volevo che qualcuno pensasse che intendessi strumentalizzare il suicidio di una persona. 
La questione è delicata e occorre sfiorarla con molta attenzione e cautela. Ma a una settimana dal terribile avvenimento, credo che sia invece opportuno affrontare il tema del disagio sociale, perchè ho l'impressione che il gesto, al di là del momentaneo turbamento sia stato subito rimosso dalla mente di molti.

Lo hanno rimosso subito le persone che in qualche modo si trovano in altrettante situazioni di difficoltà, forse è un modo per allontanare gli spiriti e le tentazioni che in attimi di disperazione potrebbero prendere il sopravvento. 
Lo hanno rimosso le persone che non hanno problemi di quel tipo, e che egoisticamente non intendono intristirsi con storie che non le riguardano.  
Lo hanno rimosso le Istituzioni che tra mancanza di fondi e politiche sbagliate non possono risolvere questo tipo di problema e forse non ne hanno nemmeno le capacità. 

Non è mai semplice trovare una sola motivazione quando una persona arriva al punto di togliersi la vita. Sono tante le variabili, le situazioni e le vicende che chi guarda da fuori non può capire e mai conoscerà. Resta il fatto però che quest'uomo sulla sessantina decide di accoltellarsi proprio mentre l'ufficiale giudiziario bussa all'uscio di casa per convalidare lo sfratto esecutivo. I giornali riferiscono che il debito per l'affitto era solo di 1200 euro, una inezia, e che l'uomo aveva tenuto all'oscuro di tutto i suoi familiari. I giornali riferiscono anche che l'ufficiale giudiziario aveva già "visitato" in quel giorno altre tre famiglie in quella stessa via, sempre per procedere agli sfratti.

La questione della casa diventa sempre più drammatica nella nostra città e non solo: giusto ieri un giovane disoccupato ha tentato di darsi fuoco davanti al Comune di Ancona perchè senza un alloggio. 
Le richieste di case popolari a Falconara sono di gran lunga superiori alle disponibilità, mentre l'Amministrazione mette in vendita gli appartamenti di sua proprietà per far quadrare i bilanci e mentre programma la realizzazione di villette mono-bifamiliari motivando la scelta con una mera questione di tipo economico, per il profitto.

Trovo immorale che si metta tra le priorità il pareggio di bilancio e non la vita delle persone. La dignità delle persone. Non credo che ci si renda realmente conto di quanto sia difficile e esplosiva la situazione sociale, visto l'immobilismo del governo e delle Istituzioni nelle politiche sociali, del lavoro e del reddito.

E allora invece di rimuovere dalla mente i fatti di cronaca come questi, bisognerebbe pensare a cosa passa per la testa delle persone travolte dalla crisi, dalla mancanza di reddito. Non solo in termini economici, ma in termini psicologici. Provare ad immaginare la vergogna a mostrarsi povero che impedisce addirittura di chiedere aiuto. 
Tragedie familiari, ma oserei dire umane, che si consumano nella indifferenza dei più. 

Ed è nell'indifferenza che spesso i più deboli trovano la soluzione in atti di Dignità estrema. 

sabato 3 agosto 2013

LAVORO, DIRITTI, SINDACATO E POLITICA


“Diritti al Lavoro e Diritti nel Lavoro” questo il titolo dell’incontro di ieri alla festa di SEL a Moie (AN) .
 
Si parla incessantemente nel Paese di Diritti e Lavoro ma la soluzione del problema non è nemmeno lontanamente  in vista, non c’è minimamente traccia di quella famosa luce in fondo al tunnel.
 
 
La discussione della serata si collegava ad una rilettura di un saggio di Rosa Luxemburg che sto facendo proprio in questi giorni. Quando sento che il mio impegno politico ha un momento di stanca, a causa di delusioni o scoramenti vari, cerco conforto nelle letture dei grandi personaggi che hanno reso grande la sinistra, sperando di ritrovare stimoli o ragioni per non mollare  e stavolta è toccato a Rosa Luxemburg.
 
 
Rosa Luxemburg gia nella fine dell’ottocento individuava i limiti dell’azione sindacale, che secondo alcuni famosi studiosi e politici dell’epoca, aveva come obiettivo “la capacità di influenzare in maniera crescente la regolazione della produzione e a fissare limiti nei prezzi delle merci”, questo allo scopo di indebolire il proprietario capitalista fino al crollo del sistema capitalistico. Le lotte sindacali e politiche per le riforme sociali avrebbero portato “un controllo sociale sulla produzione”. Questi obiettivi però si sono dimostrati nel tempo al di fuori della sfera di influenza dei sindacati i quali non potendo determinare e tanto meno rovesciare queste regole e nemmeno la Legge dei salari, “ possono al massimo cercare di contenere lo sfruttamento capitalistico nei limiti che si considerano normali”.
 
 
La riduzione dei salari e dei diritti sono le principali leve del capitalismo per salvaguardare il profitto ed in mancanza di una capacità di contrastare queste atti, al sindacato non resta che ridurre la sua azione alla “semplice difesa dei risultati ottenuti in passato”, consapevoli che anche “questa lotta sarà sempre più difficile”.
 
 
Le intuizioni della Luxemburg sono più che mai azzeccate, la funzione del sindacato anche ai giorni nostri si riduce alla difesa dei diritti ottenuti in passato. Il sindacato si occupa quasi esclusivamente di tamponare le varie emergenze aprendo vertenze, limitandosi a contenere le riduzioni di personale, a contrattare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, a promuovere contratti di solidarietà, consapevole che con il tempo il terreno della lotta dei diritti e del posto di lavoro diventerà sempre più instabile per i lavoratori.  Insomma la lotta sindacale è relegata ad affrontare l’emergenza.
 
 
Credo molto modestamente che la lotta sindacale e quella politica che voglia in qualche modo invertire questa tendenza a favore dei lavoratori e del progresso non possa esimersi di affrontare la grande questione del modello di sviluppo, in funzione non solo dei diritti dei lavoratori, ma anche a tutela di una qualità della vita che si adegui alle nuove esigenze sociali, e alla tutela ambientale del pianeta che ormai evidenzia una palese insostenibilità con i ritmi di sviluppo che il sistema capitalistico impone.
 
 
Se non si affronta seriamente la questione del modello di “sviluppo” credo che i lavoratori delle grandi aziende, per non parlare delle medio piccole non avranno speranze di mantenere il loro lavoro, almeno non nelle formule a cui siamo abituati. La precarizzazione e la frammentazione delle tipologie lavorative non potrà che trovare terreno fertile, e nessun sindacato per come lo conosciamo adesso sarà capace di contenere lo sfruttamento. 
 
 
Penso a tre grandi aziende che operano nel mio territorio: L’Indesit a Fabriano, i Cantieri Navali ad Ancona, la raffineria a Falconara. Tre modelli industriali in crisi, tre tipi di produzioni che si scontrano con le regole del mercato.

Come si può pensare al futuro per queste realtà se prima non ripensiamo in maniera globale ad un altro modello economico?

mercoledì 24 luglio 2013

NO AI DISTACCHI DELL'ACQUA A FALCONARA



A Falconara Marittima  nel 2012 ci sono stati circa 300 distacchi delle forniture idriche domestiche per morosità  (fonte AATO2). Un dato drammatico che mette in luce il disagio e le difficoltà economiche che affrontano numerose famiglie.
 
Significa che se in città ci sono persone impossibilitate a pagare la bolletta dell'acqua, molto probabilmente le stesse trovano già grosse difficoltà a sostenere anche le altre spese necessarie per ottenere un livello dignitoso di vita. Significa che le stesse persone non riescono a pagare l'affitto, i pasti dei figli  a scuola dei figli, le bollette di luce e gas, eccetera.
 
Una situazione di grave emergenza sociale che l'amministrazione comunale non può ignorare. L'erogazione dell'acqua dev'essere garantita a tutti i cittadini, anche in caso di morosità, ed è una vergogna che una società partecipata a capitale pubblico utilizzi questi metodi coercitivi per un bene riconosciuto da tutti come BENE COMUNE quindi a disposizione di tutti.
 
In questa grave situazione di emergenza il Comune DEVE trovare una soluzione per risolvere il problema. Una soluzione che non può limitarsi all'assistenzialismo ad personam, ma deve avere al contrario le caratteristiche di un intervento strutturale e continuativo.
 
Il Comune potrebbe farsi promotore verso Multiservizi spa, di cui è socia, per intervenire nelle tariffe per l'uso pubblico, prevedendo la gratuità di un minimo di consumo di acqua sufficiente per ogni persona. Avvalorando così l'esito del referendum  con cui si dichiara che l'acqua è un bene comune a disposizione di tutti e per questo non assoggettabile al profitto.
 
Sarebbe auspicabile che I gruppi e i consiglieri comunali di Falconara adottassero le stesse misure  dei loro colleghi di alcune città delle provincia di Ancona tra cui Ancona e Senigallia che sono intervenuti con interrogazioni e per chiedere ai Comuni di  garantire 50 litri di acqua al giorno alle famiglie indigenti e che non si proceda più a distacchi per morosità da parte di Multiservizi spa senza prima aver interpellato i Comuni di appartenenza.



  
 
 
 


sabato 2 marzo 2013

PENSAVO FOSSE TSUNAMI INVECE ERA BURIANA


C'è un vento di cambiamento nel Paese, ma per ora non è un vento buono, capace di spazzare le nuvole nere della crisi. E' solo una gran buriana: fulmini che squarciano il cielo e tuoni che fanno tremare la terra. Una tempesta che rischia di lasciarci inzuppati dei nostri guai e nulla più.

I "grillini" alludono al cambiamento, ma è il realtà il grido si traduce in una pressante richiesta di buona politica. Una politica pulita, virtuosa che sta dalla parte delle persone. Chi ha votato "Grillo" chiede giustizia sociale e un Paese vivibile, è stanco dell'arroganza di certi politicanti e della corruzione, per questo ha scelto di fare "il salto ne buio", ponendo ogni residua speranza nelle mani di una persona di cui forse non ne condividono nè idee nè metodi, ma perchè non vedono alternative.

Il problema però è capire se quel salto nel buio porta da qualche parte, se apre una nuova strada e se permette di risolvere i tanti problemi in cui siamo immersi. Perchè i problemi vanno risolti ora e invece stiamo perdendo minuti fondamentali, per colpa della mala politica, senza dubbio, a cui adesso però si aggiunge l'improvvisazione del movimento più votato d'Italia, che non è capace o forse non vuole aggiornare la sua protesta in proposta.

Generalizzare è comodo ma è sempre sbagliato. Non è assolutamente vero che tutti i partiti sono uguali. E' difficile sostenere questa tesi in momento come questo, lo so, ma non dobbiamo farci intimidire e nemmeno possiamo "arrenderci". C'è buona politica, c'era anche prima di Grillo. I punti programmatici del M5S sono in gran parte le idee fondatrici di alcuni partiti. Di quello in cui milito di sicuro. Si può criticare la poca incisività con cui abbiamo portato avanti quelle istanze, ma la politica in democrazia si fa con i numeri oltre che con le idee. Penso che sia sbagliato azzerare tutto a prescindere. Penso che sia pericoloso fare salti nel buio che ricordano purtroppo periodi di storia terribili.
 
Grillo ha ragione a dire che lo Tsunami è iniziato e che lo ha voluto la gente. Lui dice di non c'entrare nulla, invece ha una grossa responsabilità che è quella di aver iniziato una rivoluzione che non sa nemmeno lui come finirà e che non sarà più nemmeno in grado di gestire.
Una follia da cui occorre uscire al più presto.

lunedì 2 aprile 2012

L'IMU SPIEGATA AI CITTADINI

Di ritorno dall'assemblea organizzata dall'amministrazione comunale, che ringrazio, per spiegare la nuova tassa che condizionerà pesantemente i bilanci familiari, quelli aziendali oltre che quelli comunali, mi vengono spontanee tre diverse considerazioni.


La prima è rivolta al Governo Monti, quella che dicono abbia come punto di forza il fatto di essere "tecnico". Ebbene i Professori, anche nel caso dell'IMU hanno dimostrato di non essere all'altezza. A quanto sentito oggi dai relatori, è chiaro che l'IMU, Imposta Municipale Unica, che i cittadini debbono iniziare a versare entro la metà di giugno, non ha ancora regole certe,  l'incertezza è totale tra i Comuni, i CAF che dovrebbero compilare i modelli di pagamento e soprattutto i cittadini che sono assolutamente all'oscuro di tutto. Anche oggi è stato incredibile sentir parlare gli esperti con enormi punti interrogativi, che spiegavano solo grazie a indiscrezioni e non con un documento ufficiale.  Non è la prima volta che il Governo Monti, toppa proprio su un campo che gli dovrebbe essere familiare, quello tecnico appunto, quello dei conti. Basti pensare al clamoroso errore del conteggio degli ormai famigerati "esodati", 30.000 secondo la Ministra Fornero, 350.000 secondo i dati ufficiali. Un errore che sta mettendo nel panico tutte quelle persone che firmando il licenziamento grazie ad assicurazioni dello Stato, adesso si trovano in un  tragico limbo e forse diverranno disoccupati. 

La seconda è rivolta al sindaco Brandoni che oggi si è guardato bene di fare discorsi politici. Non è una bella posizione la sua adesso che deve dire ai cittadini che con l'IMU il comune li stangherà pesantemente. Vale per tutti i sindaci, ma lui che ha vinto le elezioni anche grazie alle mirabolanti promesse del suo capo Berlusconi. Meno tasse per tutti!! Ricorderete certamente come il Cavaliere prometteva il migliore dei mondi possibili e come il "nostro" Brandoni assicurava il benessere proprio grazie al Governo amico. Ricorderete la propaganda strombazzata dal PDL (che è il partito di Brandoni), per il fatto di aver abolito l'ICI a tutti. Questa allegro modo di governare  ci ha portato al fallimento, non di una città, ma dell'intero Paese.
L'amministrazione comunale oggi, per voce dell'assessore e dei dirigenti al bilancio, ha criticato fortemente l'operato del Governo Monti, c'è addirittura chi ha chiesto il carcere per i responsabili, dimenticando che per quel reato i Berluscones hanno varato una legge per depenalizzarlo. Eppoi perchè criticare il Governo Monti? Mica va avanti in maniera autonoma. No, va avanti perchè la maggioranza del Parlamento vota senza fiatare tutte le manovre che Monti organizza. Ed in quella maggioranza c'è, ed in maniera determinante, proprio il PDL il partito del Sindaco. Allora perchè lamentarsi? A lamentarsi hanno diritto solo i cittadini costretti all'infausto balzello e che ancora non conoscono nemmeno la percentuale che il Comune deciderà di applicare.

La terza considerazione è per i cittadini che stasera hanno assistito all'assemblea e che con il groppo in gola hanno capito che da adesso in poi c'è ben poco da stare tranquilli. Finora gli italiani sono rimasti abbastanza tranquilli, si sono lasciati convincere dalle parole moderate e sobrie del Presidente Monti. Adesso però le parole forbite sono involgarite dagli effetti devastanti. Chissà forse non è troppo tardi per alzare la voce e per chiedere a Monti e ai suoi sostenitori (PDL-PD-UDC) che i soldi li devono cercare con una vera, e dura Patrimoniale, stanando i corrotti, gli evasori e fare in modo che anche i ricchi debbano partecipare al sacrificio visto che finora ne sono stati esenti.
     

mercoledì 29 febbraio 2012

NEW DEAL

Si fanno i primi bilanci dopo i 100 giorni del Governo Monti dentro una crisi che riporta alla memoria la grande depressione americana del 1929.

Si sono cercati parallelismi con la crisi che ha messo in ginocchio gli Usa. Anche il Presidente Napolitano ha fatto riferimento a quel periodo storico in varie occasioni, auspicando una sorta di New Deal italiano, quindi accostando il professore bocconiano alla figura di Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano che con le sue riforme riuscì a rimettere in piedi un Paese allo stremo: Più di 13 milioni di disoccupati, di cui 1 milione solo a New York, 350.000 ragazzi americani avevano abbandonato la scuola e 20.000 laureati erano alla vana ricerca di un lavoro. Enormi profitti industriali erano concentrati nelle mani di una ristretta cerchia di persone, la gran massa dei consumatori aveva, invece, redditi modesti e quindi un potere d'acquisto che non poteva reggere il ritmo produttivo; la sfrenata speculazione finanziaria aveva distolto la Borsa dalla sua normale funzione equilibratrice” (cfr. Biografia).

Ma a parte la situazione di crisi drammatica, c’è qualcosa che accomuna Monti al Presidente Roosevelt?

Non mi sembra eccessivo affermare che Roosevelt “statalizzo’ ” i settori più importanti a partire dalle Banche, responsabili di speculazioni finanziarie fuori da ogni controllo, con una sorta di commissariamento federale.

Roosevelt nei primi 100 giorni di Governo, fece approvare la Legge che imponeva ad ogni azienda un codice di disciplina produttiva limitando la sovrapproduzione, rinunciando al lavoro nero e a quello minorile. La legge prevedeva inoltre dei minimi salariali e sempre in ambito del lavoro fece approvare la Legge che sanciva il diritto di sciopero e della contrattazione collettiva. Instituì il Welfare.

Roosevelt intraprese anche una riforma del sistema fiscale, aumentando le aliquote per i contribuenti più ricchi. Diede vita a riforme agricole distribuendo contributi agli agricoltori, l’economia americana ripartì grazie a opere pubbliche gestite da agenzie governative.

Da semplice osservatore e lettore (amatoriale) di fatti storici mi sembra che il paragone sia al momento improponibile. I primi 100 giorni del Governo Monti sono stati impiegati per dare garanzie alle banche centrali europee e mondiali. Operando quindi tagli strutturali, aumenti di tasse e servizi, oltre al taglio senza precedenti ai diritti dei lavoratori con maggiore precarietà e flessibilità. Alle “statalizzazioni” di Roosevelt, Monti risponde con le privatizzazioni anche di settori strategici dello Stato.

Da profano non mi sembra di vedere nulla della politica di Roosevelt nelle operazioni di Monti.

Inoltre c’è anche un altro particolare che differenzia nettamente Monti da Roosevelt: Il presidente americano diede vita alle riforme ed avvio la politica del New Deal solo dopo aver vinto le elezioni presidenziali del 1932 conquistando 23 milioni di consensi pari al 57% dei voti. La sua popolarità gli permise in seguito di essere rieletto per ben altre tre volte. Monti invece non ha nessun mandato popolare, non è stato eletto da nessuno, quindi non deve rendere conto a nessuno. Una bella differenza mi sembra.

E pensare che circolano voci di un rinvio delle elezioni politiche del 2013 per permettere a Monti di continuare senza alcuna legittimità popolare.